Come evitare di compiere errori quando si deve scegliere il vino

Quando si deve scegliere il vino occorre sempre prestare la massima attenzione a una serie di caratteristiche che fanno in modo che la propria decisione finale possa essere definita come ottimale e in grado di offrire quel tipo di soluzione perfetta.

Ecco quali sono le diverse tipologie di criteri che occorre necessariamente valutare in maniera tale da evitare di compiere una serie di errori che potrebbero avere delle cattive ripercussioni e rendere la decisione finale molto meno piacevole del previsto.

La scelta iniziale e le pietanze che si intende servire

Quando si parla di questo genere di scelta occorre, in primo luogo, valutare adeguatamente il tipo di menù che si intende servire, in maniera tale che il risultato finale della propria decisione possa essere sinonimo di massima soddisfazione e si possano evitare delle potenziali complicanze durante la decisione che si vorrebbe adottare.

Creare anticipatamente il tipo di menù che si vuole organizzare rappresenta quindi una decisione finale che non deve essere assolutamente essere messa in secondo piano ma che, al contrario, necessita della massima attenzione in fase decisionale proprio per avere la sicurezza che il prodotto che viene acquistato possa essere realmente ottimale.

Abbinamenti ma non solo

Ovviamente quando si deve scegliere il tipo di vino che si intende acquistare e servire, come uno dei prodotti presenti sul portale online di Viniamo.it, occorre anche valutare il fattore qualità relativo al prodotto, affinché si possa rimanere totalmente soddisfatti della propria decisione finale senza compiere alcun tipo di errore.

Ecco quindi che in questo frangente occorre capire quali siano gli aspetti chiave che vanno a contraddistinguere quel tipo di prodotto in maniera tale che il successo possa essere una costante sempre presente.

L'aroma, il sapore, la colorazione e ovviamente la qualità complessiva del prodotto, bottiglia inclusa, devono essere delle caratteristiche che non bisogna mai mettere in secondo piano e che permettono a tutti gli effetti di rimanere incredibilmente soddisfatti del risultato finale che viene toccato con mano.

Ecco quindi che grazie a tutte queste prime caratteristiche il fattore soddisfazione non viene mai messo in secondo piano e anzi, si avrà la concreta occasione di entrare in possesso di un prodotto di prima qualità che viene reputato come incredibilmente piacevole e soddisfacente, senza che nascano dubbi di ogni tipo nella propria mente, ulteriore aspetto fondamentale che occorre necessariamente prendere in considerazione.

La qualità della produzione

Ovviamente occorre prendere in considerazione anche la qualità della produzione, la quale deve essere necessariamente posta ai primi livelli in maniera tale che quella sensazione di soddisfazione possa essere sempre sentita e che, di conseguenza, non si rimanga come delusi dalla qualità dello stesso prodotto e quindi poco compiaciuti delle proprie decisioni finali.

Pertanto è molto importante svolgere questo tipo di analisi in maniera che il successo possa essere realmente toccato con mano e quindi che ogni bottiglia di vino che viene acquistata possa essere reputata come incredibilmente soddisfacente e piacevole da gustare, senza che possano esserci delle potenziali complicanze gravi che rendono la situazione molto meno piacevole da sentire in prima persona.

Grazie a queste caratteristiche, dunque, la sensazione di soddisfazione che si percepisce tende a essere assai elevata e si ha la concreta opportunità di portare sulla tavola il migliore vino possibile.
Ovviamente occorre pure precisare come sia una buona prassi svolgere un'ulteriore operazione, ovvero contattare il produttore per capire se effettivamente quel vino riesce a rispecchiare perfettamente tutte le diverse esigenze espresse oppure se sarebbe meglio far ricadere la propria decisione finale su altri articoli. Ecco dunque che grazie a questo genere di aspetti si possono evitare tante delusioni talvolta pesanti.

Dehors per ristorante e bar: caratteristiche e normativa

Fra le soluzioni di maggior successo per ampliare la capienza di un ristorante e di conseguenza aumentare gli incassi, sicuramente i dehors sono quella più diffusa e utilizzata: vengono infatti installati sempre più frequentemente all’esterno di ristoranti, bar e pub.

Dehors per ristorante e bar: caratteristiche e normativa

Queste strutture, oltre ad essere estremamente pratiche, incontrano anche il gusto dei clienti di un’attività in quanto spesso sono di design e contribuiscono ad abbellire e rendere più gradevole lo spazio a disposizione di un’attività commerciale che opera nel settore del food & beverage.

Anche se ormai i dehors per bar e ristoranti sono soluzioni “fisse” e che fanno parte della struttura e sono parte integrante di una determinata attività, la loro iniziale destinazione d’uso era legate solitamente a una stagione (quella estiva solitamente) e venivano considerate strutture precarie e che potevano essere facilmente rimovibili: dovevano quindi fondamentalmente rispondere ad un’esigenza temporanea e non diventare elementi che non sarebbero stati più rimossi.

Negli ultimi 10 anni invece c’è stata una notevole inversione di tendenza e sempre più attività che operano nel settore della ristorazione hanno mantenuto queste strutture utilizzandole in tutte le stagioni senza mai rimuoverle: se per le stagioni della primavera e dell’estate la struttura in se era già sufficiente e non c’era bisogno di integrarla, per quanto riguarda invece le stagioni dell’autunno e dell’inverno si è ricorsi a soluzioni quali funghi riscaldanti e stufe per riscaldare i dehors e utilizzarli tutto l’anno.

Questo cambiamento ha permesso così a molti operatori di ampliare notevolmente lo spazio a disposizione e di conseguenza gli introiti; chiaramente per poter installare un dehor è essenziale avere a disposizione uno spazio di adeguate dimensioni esterno all’attività che possa essere utilizzato e  sfruttato per raggiungere i propri obiettivi.

Bisogna però tenere presente che, anche se si ha lo spazio a disposizione, non è che si può installare un dehor a propria discrezione: per poterlo fare infatti bisogna avere determinati permessi e ottenere il permesso da parte del comune. Quali sono questi permessi, come si ottengono e quale è la normativa?

Prima di tutto il proprietario o il gestore dell’attività deve richiedere il permesso al comune per poter occupare lo spazio in oggetto (si tratta di una richiesta di occupazione del suolo pubblico qualora si tratti di un dehor stagionale, concessioni di suolo pubblico qualora invece la struttura sia permanente) e deve quindi ricevere il nulla osta da parte del comune; chiaramente il dehor deve essere installato in vicinanza della struttura principale (quella dove si trova il bar o il ristorante).

Bisogna prestare anche molta attenzione al fatto che il dehor non venga installato in zone dove possa essere in contrasto con il codice della strada così come deve permette il transito dei pedoni e non risultare di impedimento per essi.

Molto importante sarà anche la valutazione fatta dal comune per quanto riguarda l’impatto a livello funzionale e estetico della struttura: i tecnici del comune, infatti, dovranno effettuare delle valutazioni, in base a diversi parametri, per quanto riguarda l’impatto della struttura nell’ambiente in cui verrà inserita.

Come scritto in precedenza, qualora si tratti di una struttura fissa e non temporanea, oltre al permesso di concessione del suolo pubblico bisognerà anche richiedere un permesso per costruire in quanto verrà considerata, essendo una struttura che non verrà rimossa dopo un determinato periodo, come una vera e propria nuova costruzione.

Arrosticini abruzzesi: un viaggio tra tradizione e gusto

Nell’immaginario collettivo, complici anche le temperature alte e le giornate lunghe e soleggiate, la voglia di mare e di vacanze diventa sempre più frequente ed insistente. L’Italia è ricca di paesaggi naturalistici, acque cristalline, spiagge e scogliere che accolgono numerosi turisti e visitatori ogni anno, offrendo servizi e momenti indimenticabili.

Tra le mete preferite e scelte dai turisti vi è l’Abruzzo. Una regione che soddisfa le richieste e realizza i desideri di quanti vogliono trascorrere le proprie vacanze all’insegna della natura e della pace ed, al contempo, non vogliono rinunciare alla movida.

Quando si parla dell’Abruzzo, regione compresa tra l’Appennino centrale e l’Adriatico, sono due gli aggettivi che balzano immediatamente alla mente, ossia forte e gentile. Infatti, la natura quasi ruvida e selvaggia si incontra con una storia lunga secoli testimoniata dalla presenza di palazzi, chiese e monumenti.

 

Gli arrosticini abruzzesi sono un’esplosione di sapori e profumi

Montesilvano, città in provincia di Pescara, è considerata essere un’eccellente meta turistica balneare per le sue acque cristalline e per la bellezza e la particolarità delle spiagge. Il turista che sceglie questa meta, però, non godrà soltanto della natura e del paesaggio, ma avrà anche la possibilità di effettuare un vero e proprio viaggio enogastronomico alla scoperta degli antichi sapori ancora oggi particolarmente apprezzati ed amati.

A tal proposito, infatti, è possibile soddisfare il palato gustando gli arrosticini abruzzesi a Montesilvano. La particolarità degli arrosticini consiste nel far parte della categoria street food. Infatti, è possibile immergersi nei gusti e nei profumi della tradizione culinaria abruzzese senza necessariamente fermarsi. Gli arrosticini take away sono serviti in un cartoccio da cui fuoriescono parte degli spiedini con i tocchetti uniformi di carne di pecora. Proprio come se fossero un bouquet di fiori, profumati e belli da guardare.

Il visitatore che sceglierà di assaggiare questo prelibato prodotto della tradizione culinaria regionale non sarà costretto ad interrompere la passeggiata tra le vie del centro cittadino. Insomma, gli arrosticini abruzzesi sono un viaggio nel viaggio alla scoperta delle origini di una terra che non smette mai di stupire, di sorprendere e di conquistare.

 

Le origini degli arrosticini abruzzesi

Gli arrosticini abruzzesi sono spiedini di carne di pecora, diffusi in tutta la regione, vero e proprio tratto distintivo della cucina locale. Volendo ricercare le origini di questo piatto ricco di sapori e di storia, è necessario affidarsi a quanto tramandato dalla leggenda. Difatti, si narra l’invenzione degli arrosticini è da attribuirsi a due pastori del Voltigno, collocando l’evento nel 1930 circa.

Accadde che i due pastori, per evitare sprechi della carne, tagliarono a tocchetti di circa un centimetro ciascuno la carne, anche in prossimità delle ossa della pecora. Successivamente al taglio, i piccoli pezzettini di carne divennero spiedini, in quanto furono inseriti su bastoncini di legno per poi, in conclusione, essere cotti sulla brace. Con il passare del tempo, pur restando invariata la tecnica di produzione, è possibile gustare anche alcune varianti di questa tipicità culinaria abruzzese.

In commercio, sono disponibili anche arrosticini di fegato serviti, talvolta, con salse piccanti, con la salvia oppure insaporiti con un filo di olio di tartufo.

Berlucchi, spumante di Franciacorta.

Berlucchi è una delle grandi cantine di Franciacorta, conosciuta in tutto il mondo e rappresentativa dello spumante italiano. Berlucchi è un classico delle feste ma non solo, bevuto come aperitivo e a tutto pasto durante tutto l’anno.

Fondata nel 1955 dall’incontro di Guido Berlucchi e Franco Ziliani. L’unione perfetta, quella di un benestante uomo d’affari amante della cultura e del vino ed un giovane enologo della scuola piemontese. Essi unirono le forze per dare vita ad un progetto imprenditoriale che ancora oggi traina il settore della spumantistica italiana. La cantina di Franciacorta Guido Berlucchi è sinonimo di bollicine e produce alcuni dei Franciacorta più buoni di sempre, parola di appassionato. Guido Berlucchi, nella sua prestigiosa tenuta di Palazzo Lana mise a disposizione di Franco, diplomato nella scuola enologica di Alba, la sia storica cantina.
Franco diede vita, nel 1961 al primo spumante metodo classico della Franciacorta e gli fu dato il nome di Pinot Spumante Franciacorta. Franco Ziliani, enologo molto talentuoso, negli anni seguenti affinò le tecniche con risultati eccelsi che valorizzarono tutto il territorio di Franciacorta. Alla cantina Guido Berlucchi va dato il merito di aver dato un impulso fondamentale allo sviluppo del metodo classico in Franciacorta e il successivo affermarsi della denominazione Franciacorta DOCG e del relativo consorzio di tutela.

 

Qual è il Franciacorta Berlucchi più venduto?

Il Franciacorta più venduto tra le enoteche italiane è il Franciacorta Berlucchi ’61, uno spumante di recente produzione che vuole celebrare l’anno del primo spumante della cantina: il 1961. Berlucchi ’61 è assemblato con Chardonnay al 90% ed un 10% di Pinot Nero ed è perfetto per l’aperitivo ma si può tranquillamente bere durante un pasto, in particolare con pietanze non troppo intense e strutturate. Il prezzo di Berlucchi è sempre stato un punto forte della cantina, grazie alla tecnologia in cantina e la grande estensione dei vigneti, Berlucchi riesce a contenere i costi senza rinunciare alla qualità del prodotto. Il Franciacorta Berlucchi ’61 ha un costo medio di 18 €. Del Franciacorta Berlucchi ’61 esiste anche una versione rosata, detta anche rosé. In questa la percentuale di Pinot Nero sale al 40%.

 

Franciacorta, significato e caratteristiche.

Il nome Franciacorta deriva dal latino “curtes francae”, una zona priva di dazi durante il medioevo. La zona della Franciacorta si estende dal Lago d’Iseo a nord scendendo a sud fino a Brescia. In questa zona, formata durante il ritirarsi dei ghiacciai, il terreno è particolarmente vocato per via della composizione geologica del terreno. Le colline attorno all’area creano una fitta trama tra le brezze del lago e il calore dell’estate che portano le uve coltivate a maturare in modo ottimale. La denominazione Franciacorta DOCG vede 19 comuni al suo interno estesi per oltre venti chilometri di area. I vitigni coltivati principalmente in questa zona sono Erbamat (in parte minore), Chardonnay (maggiore) e Pinot Nero.
Berlucchi è uno dei fondatori del Consorzio di Tutela della denominazione Franciacorta DOCG nel 1990.

Vini italiani in purezza: i 5 più amati e apprezzati in tutto il mondo

Sono decisi, fieri e qualche volta austeri: i vini in purezza non cedono a nessun compromesso. Dedicati ai palati dei veri intenditori, negli ultimi decenni hanno cercato la strada per stupire anche i neofiti e coloro che amano percorrere sentieri meno impervi. Il risultato? Un vero successo, come testimoniano questi 5 vini italiani che rappresentano un vero e proprio vanto nazionale.

 

Il segreto dei monovitigni

Ma cosa significa vinificare in purezza? La risposta non è semplice. Da un punto di vista strettamente tecnico, vuol dire che per produrre quel determinato vino è stato utilizzato un solo tipo di uva ma in realtà, questo termine, cela un mondo diverso, inaspettato. Il monovitigno amplifica al massimo i caratteri varietali dell’uva protagonista, li esalta senza nasconderli. È la traduzione in termini sensoriali delle caratteristiche di un determinato terroir e della mano sapiente dei viticoltori. Pensiamo, ad esempio, alla Ribolla Gialla, un vino che da solo ha il potere di comunicare al mondo l’essenza del Friuli. Il suo sorso narra del terreno nel quale cresce la vite, la ponca friulana, del clima del Collio, terroir d’elezione, ma anche dell’impegno di winemaker che hanno accettato la sfida di produrre vini in purezza.

Elegante, piacevolmente acida, dotata di quella scorrevolezza che seduce il palato: la Ribolla Gialla è un bianco di carattere e capace di mutare colore in base al tipo di vinificazione. La scuola di Oslavia ci ha insegnato che la macerazione sulle bucce e il riposo in botte regala a questa uva una piacevole colorazione che vira verso l'arancione, creando così la base per eccellenti orange wines. Senza questo passaggio invece offre una veste snella ed elegante e un colore delicato, di un bel giallo paglierino.

Tra i vari produttori in loco un posto d’onore è occupato dall'eccellente interpretazione della Ribolla in purezza che ci ha regalato Villa Vitas, una cantina storica del borgo di Strassoldo, in Friuli. Dominata dalla splendida villa settecentesca che è possibile affittare per soggiorni ed eventi, l’azienda offre un’etichetta che ci ha stupito nella degustazione per la sua veste fresca e immediata dominata dai tipici caratteri varietali che conducono il gioco senza mai prevaricare la piacevolezza della beva.

 

Il Merlot

Basta dire Merlot per evocare la malizia di un giardino fruttato, di un raggio di sole che scalda le mani e di un rosso che domina la scena con il suo profumo inconfondibile. Merito della vinificazione in purezza che gli ha permesso finalmente di esprimere la sua naturale identità. Questo vino spesso è viene utilizzato in blend con altre varietà, come nel caso del taglio bordolese. Un assemblaggio che regala senza dubbio prodotti eccellenti, come il passionale e aristocratico Bordeaux, ma è da solo che il Merlot svela tutto il suo potenziale. Un profumo fruttato di eccezionale intensità che lentamente evolve verso un tipico sentore di sottobosco e di cuoio, di tabacco e di fine cioccolato.

 

Il Sangiovese, un Supertuscan prezioso

È il vitigno più coltivato in Italia ma anche l’uva che regala vini che tutto il mondo ci invidia. Ne citiamo uno su tutti, il più blasonato ma anche il più adatto a testimoniare l’importanza della vinificazione in purezza: il Brunello di Montalcino. Il Sangiovese non fa sconti, la sua vinificazione è definita pericolosa nei documenti storici perché basta un niente, una virgola di troppo, a renderlo aceto. Va trattato con i guanti? Si, anche se forse sarebbe meglio affermare che è un rosso che deve essere lasciato da solo a guidare le danze. E non sbaglia un passo. Il risultato è un naso che diventa ostaggio di un bouquet succoso di frutti neri che evolvono rapidamente in un terreno fatto di terra, humus e funghi. Al palato l’acidità si lega con un tannino vellutato e paziente; è il re dei vini, da riporre con cura in cantina.

 

Barbera

La vinificazione in purezza ha regalato alla Barbera il posto che gli spettava di diritto nell'enologia piemontese. Oscurata dal Barolo, vino passito simbolo di festa e di aristocrazia, la barbera è il rosso che si distingue per i tratti austeri ma anche per la produzione sovrabbondante. Un tempo era considerato un vino da pasto, oggi invece, l’interpretazione da solista regala ottime etichette, veri e propri palcoscenici in cui la tenacia muscolare del sorso, ricco e nervoso, fa da contraltare a un profumo tipicamente fruttato.

 

Negroamaro

Il Negroamaro è la storia dell’identità di un terroir, di un rosso che ha percorso la strada del successo, partendo da semplice uva da taglio per i vini settentrionali e diventando nel tempo il simbolo del Salento stesso. È puro oro nero, che arde come la terra che lo nutre e come il sole che scalda i grappoli. La vinificazione in purezza accentua la veste speziata, il sottofondo dominato dalle erbe aromatiche, dal tabacco e da piacevoli sfumature di macchia mediterranea. Numerose le variazioni sul tema e anche qualche assemblaggio ben riuscito. Ma per assaporare il cuore della terra, del sole e del vento, il consiglio è soltanto uno: un calice di Negroamaro da bere vista mare!

In conclusione, la vinificazione in purezza non è soltanto una tecnica, ma un vero e proprio omaggio ad alcuni vitigni fieri, indomiti, in una parola semplicemente italiani.

Etichette per birra artigianale: creatività e lavorazioni esclusive

Le etichette sono il principale veicolo per trasmettere tutte le informazioni del prodotto sui vengono apposte. In linea generale, l’etichettatura per le bottiglie di birra prevede l’inserimento di informazioni quali:

  • il nome del prodotto
  • quantità totale di alcool presente (TAVE) obbligatorio solo per contenuto di alcool superiore a 1,2% in volume
  • lotto di produzione
  • data di conservazione
  • riferimenti dell’azienda produttrice e sede dello stabilimento
  • gli ingredienti
  • la presenza di solfiti

Tuttavia l’etichetta per birra ha anche lo scopo di far conoscere il tuo prodotto e la tua azienda. Si tratta dunque di un vero e proprio biglietto da visita per raggiungere e attrarre nuovi clienti, in grado di rendere esclusiva ed inconfondibile la bottiglia e il tuo prodotto. Per raggiungere un preciso obiettivo di comunicazione è necessario studiare e progettare ogni singolo dettaglio che andrà a comporre le tue etichette per birra artigianale. 

Etichette per birra artigianale: raccontano la storia del prodotto

ILMA Etichette è l’etichettificio italiano, con sede a Grugliasco in provincia di Torino, che realizza etichette per birra artigianale in collaborazione con le migliori agenzie grafiche e di comunicazione specializzate nel packaging di prodotti beverage. ILMA trasforma il tuo concept creativo in etichette speciali, che raccontano la storia del prodotto e dell'azienda che lo produce. Un valore aggiunto per una birra artigianale che vuole distinguersi dalle concorrenti. Per esaltare le caratteristiche di questo prodotto artigianale,  ILMA mette a disposizione le sue competenze professionali frutto di passione e di anni di esperienza nell’ambito del beverage.

Etichette per birra artigianale: i dettagli che fanno la differenza

Per etichette per birra creative ed originali ILMA sviluppa il progetto grafico partendo dall'idea dell'azienda committente, proponendo soluzioni studiate in funzione dei principi di neuromarketing che analizzano la psicologia di acquisto del target a cui si rivolgono.
Il target, infatti, è l’elemento che condiziona maggiormente i colori e le grafiche delle etichette per birra artigianale che devono raccontare il prodotto in modo differente, a seconda del pubblico a cui sono destinate. Poi, a seconda della tipologia di birra, del colore della bottiglia, della collocazione delle etichette sulla bottiglia (collo della bottiglia o del corpo) si definisce l’intera struttura delle etichette, scegliendo la carta migliore e la tecnica di stampa più idonea al concetto di comunicazione.

Per etichette adesive della migliore qualità vengono proposte carte speciali che tengono in considerazione le condizioni climatiche di conservazione della birra artigianale. In questo modo vengono garantite tutte le caratteristiche grafiche dell’etichetta, resistenti e durevoli nel tempo. Scopri alcuni dei lavori realizzati da ILMA Etichette visitando il suo Porfolio.

Grappa e Cocktail: un binomio che si consolida

Esistono cocktail a base di grappa gustosi ed equilibrati? Il binomio grappa e cocktail è un orrore da bartender o un esperimento tutto da provare? Forse non lo sapevi ma tra le ricette dei bar più esclusivi del nostro Paese la grappa ha un posto d’onore tra gli ingredienti da mixare assieme a frutta, ghiaccio e succhi di frutta. Ciò che conta davvero, per qualunque ricetta, è l’uso di una grappa davvero pregiata perché sarà proprio questa fare la differenza tra una “ciofeca” ed un cocktail eccezionale. Oggi saremo un po’ di parte per cui la prima grappa che ci viene in mente da utilizzare per la preparazione di un cocktail speciale proviene direttamente dal trentino. Difatti siamo certi che potrai servire mix deliziosi a base fruttata utilizzando una grappa Marzadro, la quale, per la sua ricchezza organolettica, potrà dare grande risalto e allietare anche i palati più esigenti.

I cocktail a base di grappa più interessanti

Un cocktail di cui non ci stancheremmo mai è il Grappalicious perché unisce dei sapori insoliti che equilibrano tra loro la dolcezza della prugna, la robustezza della grappa e l’acidità del succo di limone. Per prepararlo basta filtrare il limone, schiacciare le prugne mature e versare il tutto nello shaker con abbondante ghiaccio e cinque centilitri di grappa. Il vero tocco di maestria risiede nel separare la granatina dal cocktail in modo tale che le due consistenze formeranno due strati colorati deliziosi da bere e da vedere.

Se ti piacciono i sapori più decisi, invece, potresti chiedere al barman un bel Punching Bee. Questo cocktail è servito in diverse varianti ma quella che ci piace di più è quella a base di vodka, grappa, miele e camomilla. Per dare un tocco acidulo finale, ideale per mandare giù l’amaro alcolico, il barman esperto aggiungerà anche una goccia di bergamotto. In questo caso ci troviamo dinanzi ad un cocktail piuttosto raro dato che gli ingredienti non sono sempre reperibili su un piano bar qualunque. Occhio al bicchiere perché il Punching Bee va servito solamente in un old fashioned pieno di ghiaccio rotondo e rigorosamente senza cannuccia.

Si può usare la grappa nei cocktail?

Quindi no, non c’è nulla di male nel considerare la grappa come un ingrediente da Cocktail. Questa pratica non è così recente come potresti pensare dal momento che già dagli anni trenta del novecento veniva impiegata come miscela di altri succhi e alcolici. Ne trovi traccia nel libro di Elvezio Grassi, una bibbia per chi lavora nel settore. “Mille Misture” è un trattato di oltre duecento pagine in cui l’autore ripercorre le ricette e i trucchi del mestiere con aneddoti che ne spiegano anche la storia e le origini.

Non è un caso se tra queste pagine compaiano ben cinque cocktail a base di grappa in un periodo storico in cui questa bevanda spiritosa non era ancora considerata così pregiata come accade ai nostri giorni. I puristi storceranno il naso, sostenendo che la grappa debba essere consumata sempre da sola, nel bicchiere giusto e alla temperatura ideale. Questo è vero se ti concedi un’acquavite pregiata, magari invecchiata o aromatizzata al punto giusto. Lo stesso vale per le più pregiate grappe giovani che, tuttavia, possono finire in un bel bicchierone alto assieme a ghiaccio, granatina e succhi di frutta.

Una moda che deve ancora esplodere

Certo è che i cocktail a base di grappa sono più unici che rari e, quindi, trovarli sul menu di un qualsiasi bar potrebbe non essere così facile. Il motivo risiede nel fatto che la grappa è un distillato difficile da equilibrare dal momento che sprigiona una miscela di aromi molto intensa. Se dai uno sguardo all’ABC della miscelazione, infatti, vedrai che gli spirit impiegati per i cocktail sono sempre poco aromatici mentre, la grappa è esattamente l’opposto.

Il rischio che si corre miscelando in modo troppo improvvisato la grappa con altri ingredienti è quello di dare vita ad un completo disastro di sapori, imbevibile ed eccessivamente alcolico. Difatti il cocktail non deve mai dare sensazioni di alcol bruciante, né tantomeno deve anestetizzare olfatto e palato. Ecco perché i bartender più ambiziosi prediligono ricette rivisitare ma usando la grappa giusta, ovvero quella in grado di equilibrare tutti gli ingredienti senza trasformarsi in qualcosa di sgradevole. Magari tra qualche anno la grappa sarà stata sdoganata come il gin nel mondo dei cocktail ma, per il momento, possiamo goderci le poche rarità sul mercato e vantarci di aver avuto la possibilità di assaggiare una rarità introvabile a base di grappa.

Il galateo del caffè: come va servito e come berlo!

Talvolta vi deliziamo con articoli sul caffè e allora, apprendendo un interessante approfondimento sul blog del caffè calabrese per eccellenza, Caffè Aiello, trattiamo oggi un argomento davvero molto curioso ed interessante: il galateo del caffè.

Come servire e come bere la bevanda nera a casa e al bar secondo le regole del buon gusto.

Servire il caffè, al bar e a casa

Il caffè va sempre servito su un piattino, nella sua tazzina e con il cucchiaino posto alla destra di chi dovrà berlo. Anche il manico della tazzina dev’essere orientato a destra, per agevolare l’impugnatura di chi lo berrà. Se però siamo a conoscenza che il nostro ospite, o il cliente del bar, è mancino possiamo invertire tutto agevolando prese e impugnature sulla sinistra.

Nel caso il caffè fosse servito con un biscotto, un cioccolatino o un elemento della piccola pasticceria, questo va posto sulla sinistra del commensale, in un piattino coperto da una salvietta di carta o cotone.

Sia che si tratti del cliente di un bar che di un ospite a casa nostra, se è richiesto per macchiare il caffè, il latte va servito sempre con un piccolo bricco e mai direttamente nella bevanda, sebbene questa regola sia spesso sdoganata sia al bar che a casa, l’importante è sapere che il bon ton richiede sia servito così!

A casa il caffè dev’essere servito sempre dalla padrona di casa, anche se il resto del pasto non è stato servito da lei. Il caffè sarà portato a tavola su di un vassoio nella sua caffettiera se è stato fatto in una moka, purché sia ben lucida e pulita, oppure direttamente nelle tazzine se è stato fatto da macchine per caffè espresso. Zucchero, latte, cioccolata e dolciumi per accompagnare il caffè dovranno essere serviti sempre sul vassoio che, una volta poggiato sulla tavola, sarà svuotato servendo una persona per volta, partendo dalle donne. Se il vassoio non è sufficientemente grande per trasportare caffè e suoi contorni per tutti i commensali, sarà il caso di portare prima solo il caffè alle donne, poi solo il caffè agli uomini ed infine, quando le tazzine sono state servite tutte, portare a tavola latte, zucchero e dolciumi.

Come bere il caffè, al bar e a casa

Il galateo vorrebbe che per bere il caffè sia necessario prendere la tazzina con il suo piattino ed il cucchiaino posto al di sopra, poggiare la tazzina sul palmo della mano accessoria e, una volta zuccherato, girare il caffè tenendo sempre il piattino sul palmo della mano.

Terminata la fase di dolcificazione, per chi lo prende zuccherato, bisogna riporre il cucchiaino al suo posto sul piattino e prendere la tazzina avvicinandola più possibile alla bocca senza inclinare il collo.

Una volta terminata la degustazione bisogna riporre la tazzina sul piattino e solo a quel punto riposare piattino, tazzina e cucchiaino sul bancone del bar o sulla tavola della casa che ci ospita.

Mai lasciare il cucchiaino all’interno della tazzina ed anche per zuccherare il caffè esiste una regola: il cucchiaino deve fare movimenti rotatori dal basso verso l’alto, non solo per compiere un gesto elegante, ma anche e soprattutto per funzionalità: in questo modo infatti la schiuma non si smonterà e il nostro espresso conserverà la sua caratteristica cremina intatta.

Queste sono le principali regole del galateo per servire e per bere il caffè, al bar e a casa.
Ed ora, andiamo a prendere un bel caffè insieme!

Turismo sostenibile: il Trekking tra le vigne

Gli appassionati di vino amano andare alla scoperta delle vigne presenti sul territorio italiano e delle cantine più rinomate, così da potersi lasciare andare a qualche degustazione, così da vivere un’esperienza nel mondo del vino immersiva e capace di far provare emozioni intense, emozioni semplicemente meravigliose. Non tutti sanno però che è anche possibile fare trekking tra le vigne italiane! Sì, stiamo parlando proprio di quelle lunghe passeggiate immersi nella natura, a diretto contatto con il verde, passeggiate che permettono di rinvigorire il corpo e lo spirito.

 

Trekking tra le vigne, di cosa si tratta

Il trekking prevede lunghe camminate nella natura, di solito nella natura incontaminata, selvaggia, lontana da ogni elemento umano. Un abbigliamento comodo e uno zaino per un panino. Nel caso del trekking tra le vigne ovviamente le passeggiate sono di tipo completamente diverso. Non si va a camminare infatti nella natura selvaggia, ma nei vigneti insieme a coloro che li curano anno dopo anno con amore, passione, dedizione. Ovviamente alcune sessioni di trekking possono essere molto più ampie e prevedere quindi camminate anche nel territorio circostante, ma il focus è sempre sulle vigne, sulla cantina, sull'attività che lì viene portata avanti. 

Si tratta di un'esperienza immersiva nella storia e nel modo di lavorare di una cantina e nei suoi prodotti, che consente di avvicinarsi a questo mondo in modo davvero impeccabile, di viverlo non solo da vicino, ma dall’interno.

 

Trekking tra le vigne, per chi è adatto 

Questa è un'esperienza senza dubbio consigliabile per tutti gli amanti del vino e per le persone più esperte che vogliono imparare ogni più piccolo segreto dei vini che più amano degustare. Si tratta però di un'esperienza che va benissimo anche per i principianti e i meno esperti, così come per i semplici curiosi. Consente infatti di scoprire delle zone del territorio italiano che altrimenti sarebbe impossibile conoscere e consente di addentrarsi in tradizioni antichissime e in sapori che fanno parte del nostro Bel Paese. Ecco spiegato il motivo per cui sono sempre più numerosi i turisti che scelgono di vivere un’esperienza di questo tipo! 

Il trekking tra le vigne prevede molte diverse tipologie di percorsi, alcuni più semplici e brevi, altri un pochino più complessi. Proprio per questo motivo tutti possono praticare questa attività, persone allenate così come persone che invece l'allenamento fisico non sanno neanche cosa sia, adulti, bambini, ragazzi, un’attività versatile come poche altre riescono ad essere. Non è neanche necessario avere dell'abbigliamento o dell’attrezzatura tecnica. Non si tratta infatti di camminate che comportano particolari difficoltà. Basta indossare delle buone calzature da trekking e abbinarci delle calze termiche per piedi freddi e il gioco è fatto. Questo tipo di escursione non richiede grande attrezzatura tecnica nè grossa esperienza essendo tracciati sempre vicino ad abitati o cantine. 

 

Non solo trekking, anche degustazioni ovviamente

Dopo aver visitato le vigne e il territorio circostante, dopo aver visto le persone che lavorano in quella cantina e il modo di portare avanti l’attività, dopo aver scoperto tradizioni che si tramandano di generazione in generazione, arriva ovviamente il momento della degustazione. Sì, il trekking tra le vigne finisce sempre con una bella degustazione in cantina, di solito compresa nel prezzo ovviamente. È semplicemente meraviglioso degustare un eccellente prodotto Made in Italy dopo una bella passeggiata, quasi una sorta di premio per le fatiche che sono state fatte durante il cammino!

Imbottigliamento vino: i consigli professionali per non sbagliare

L'imbottigliamento è una delle fasi più importanti nella produzione del vino. Ma qual è il modo corretto per eseguirlo? In quest'articolo risponderemo proprio a questa domanda, partendo da che cos'è nello specifico l'imbottigliamento e proseguendo con dei consigli utili per eseguirla nel modo corretto.

Che cos'è l'imbottigliamento e le sue fasi preliminari

Come già detto nell'introduzione, l'imbottigliamento è uno dei processi fondamentali nella produzione del vino. Questo perché è il primo processo in cui si può vedere il frutto della fermentazione del vino, durato per minimo un mese. Inoltre, questo processo molto importante è irreversibile, poiché una volta imbottigliato il prodotto, non si potrà più intervenire se dovessero nascere dei problemi durante il suo successivo "riposo".

Prima che il vino venga imbottigliato però, vi sono delle importanti fasi preliminari da eseguire.

Per prima cosa bisogna analizzare il prodotto, in modo da valutare se è avvenuta una corretta fermentazione. In questa analisi vengono, infatti, analizzati il contenuto alcolico, l'acidità totale e volatile e la concentrazione di alcune sostanze quali il ferro, il rame, i lieviti e alcune proteine.

La fase successiva è quella della filtrazione del prodotto, che avviene per eliminare tutti i depositi e per garantire una maggiore limpidezza del vino. Inoltre, viene fatta anche per eliminare alcune proteine e alcuni lieviti che sono troppo concentrati.

Come avviene l’Imbottigliamento del vino

Il processo di imbottigliamento del vino inizia con la scelta delle bottiglie e del loro lavaggio, un momento molto importante in quanto le bottiglie devono essere sterili, in modo da poter contenere correttamente il vino non facendolo andare a male.

Una volta fatto questo si può passare al travaso del vino nelle bottiglie perfettamente pulite e sterilizzate. Generalmente, questo processo avviene partendo dalla botte di vino che viene posizionata in alto e facendo passare attraverso di essa un tubo di plastica, che faciliterà per l'appunto il travaso.

Una volta finita questa procedura, si passa alla fase seguente, ovvero quella di tappatura delle bottiglie. Questa procedura può sembrare molto banale, ma in realtà non lo è affatto; va eseguita molto scrupolosamente per scongiurare qualsiasi problema, come per esempio l'ossidazione del vino.

Una volta imbottigliare e tappate, le bottiglie di vino possono essere conservate in un luogo fresco, senza luci e senza odori, nel quale potranno affinarsi prima di essere stappate.

Alcuni consigli dei professionisti

Per eseguire un corretto imbottigliamento anche a casa, ecco dei pratici consigli che i professionisti di questo settore usano per ottenere un buon prodotto.

I consigli dei professionisti sono:

  • scegliere la tipologia corretta di bottiglia: a seconda del vino che vogliamo produrre, vi sono delle bottiglie adatte ad ogni tipologia. Generalmente possiamo distinguere tre tipologie di bottiglie: quella emiliana, quella bordolese e il bottiglione. La prima bottiglia viene consigliata per dei vini mossi, a differenza della seconda che viene consigliata per più tipologie di vini poiché ha una spalla larga per trattenere i sedimenti e perché è molto leggera. Infine, il bottiglione viene consigliato per i vini che vengono consumati in grande quantità. Generalmente supera il litro e mezzo di capacità. Tra l’altro, bisogna tenere in considerazione il colore del vetro della bottiglia. Difatti, per i vini rossi viene consigliata una bottiglia del vetro verde o marrone, mentre per i vini rosati e bianchi, una con un vetro di colore verde o bianco;
  • scegliere la tipologia del tappo: come già detto nel paragrafo precedente, il tappo svolge un ruolo cruciale poiché previene l'ossidazione del vino all'interno della bottiglia. Esistono quattro tipologie di tappi: quello sintetico, quello di sughero, quello a vite e quello in vetro. Nel primo caso, esso viene utilizzato per i vini che non hanno bisogno di un lungo invecchiamento, a differenza di quelli di sughero che permettono una lenta ossigenazione dei vini più invecchiati e pregiati. Questa tipologia di tappo però può sgretolarsi molto facilmente e in alcuni casi può dare anche una sensazione sgradevole al vino. Per quanto riguarda quelli a vite venivano utilizzati molto in passato per il loro costo molto basso, ma ora sono poco utilizzati. Infine, i tappi in vetro vengono considerati i migliori poiché sono sterili ed ecologici, ma hanno dei costi molto elevati;
  • scegliere un buon momento per imbottigliare: per ottenere un buon vino, è necessario scegliere anche un buon momento per imbottigliarlo. Generalmente bisogna scegliere un periodo in cui il clima è mite, magari evitando i giorni in cui piove, in cui c’è molto vento o troppo sole, in quanto potrebbero alterare le caratteristiche del vino.

Bisogna ricordare che questa operazione va sempre eseguita in ambienti chiusi.

Quindi, l'imbottigliamento è un processo molto importante che può alterare le caratteristiche del vino se viene mal eseguito. È bene dunque seguire sempre i consigli degli esperti del settore.

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