Italian Grape Ale: come cambia la birra con uva, mosto e vinaccia

Uva, mosto e vinaccia non sono tre modi equivalenti di dire “birra all’uva”. In un’Italian Grape Ale cambiano la materia impiegata, il momento dell’aggiunta e il contributo che emerge nel bicchiere. Il confronto utile parte quindi da acini, mosto e vinaccia, e prosegue con le fasi della produzione: bollitura, fermentazione primaria o secondaria. Il risultato può essere fresco, fruttato, più strutturato o appena acidulo, ma non segue una formula fissa.

Le linee guida BJCP descrivono l’IGA come una ale italiana in cui il carattere dell’uva, riconoscibile come mosto o con richiami vinicoli, deve restare percepibile. Il punto non è trasformare la birra in vino: malto, lievito, corpo e bevibilità restano parte della sua identità.

Che cosa distingue una Italian Grape Ale

Secondo le linee guida BJCP, l’Italian Grape Ale è uno stile sviluppato nella scena brassicola italiana. Nel nome, Italian indica questa origine dello stile, non l’obbligo di impiegare un vitigno italiano.

Per il BJCP, l’uva o il mosto possono arrivare fino al 40% del grist complessivo. La base è spesso chiara, costruita con malto Pils o malti pale; eventuali malti speciali devono sostenere la ricetta senza coprire la birra di partenza. Luppolo e amaro restano contenuti, mentre il lievito può essere neutro oppure portare note fruttate e speziate. Sono possibili anche lieviti da vino in combinazione con altri lieviti.

Questi confini aiutano a capire perché l’IGA sia una categoria distinta dalla generica fruit beer. L’uva non è un semplice aroma aggiunto: entra nella fermentazione e contribuisce al profilo della bevanda. Al tempo stesso, una presenza vinicola troppo dominante o un carattere tostato, cioccolatoso e intenso sposterebbero l’equilibrio lontano dal profilo descritto dalle linee guida.

Acini, mosto e vinaccia: che cosa cambia davvero

La prima differenza riguarda la forma della materia d’uva. Il BJCP contempla l’uso di acini o mosto, mentre uno studio sperimentale pubblicato su Heliyon nel 2023 ha confrontato mosti rossi macerati e vinaccia disidratata. I risultati di quel test non diventano una regola per ogni IGA, ma mostrano che, nelle condizioni sperimentali esaminate, le due matrici hanno prodotto esiti diversi.

Uva intera o acini

Le linee BJCP includono gli acini tra le possibili materie prime. Lo stile richiede che il carattere d’uva sia presente, da intensità medio-bassa a medio-alta, con un’espressione che può richiamare il mosto o il vino. Il documento non attribuisce agli acini, presi isolatamente, un esito sensoriale fisso: la base brassicola, il lievito e il resto della ricetta continuano a incidere sul risultato.

Mosto

Il mosto porta nella ricetta una matrice ricca di zuccheri. Nello studio su Gamay e Aleatico, le birre con l’aggiunta delle matrici d’uva hanno mostrato un tenore alcolico più elevato rispetto alla ale di controllo e un pH più basso. I due campioni ottenuti con mosti di Gamay macerati sono stati descritti con maggiore acidità, astringenza e corpo, oltre a un colore porpora intenso.

Il lessico richiede precisione. Il BJCP cita il mosto talvolta sottoposto a bollitura prolungata prima dell’impiego. Questa indicazione non trasforma automaticamente ogni mosto trattato termicamente in una categoria sensoriale autonoma. Allo stesso modo, la dicitura inglese wine-like descrive un possibile carattere gustativo e aromatico, non prova da sola l’aggiunta di vino. Nella definizione sperimentale riportata dallo studio, la matrice d’uva non deve essere fermentata o parzialmente fermentata.

Vinaccia

La vinaccia ha dato un esito differente nel test condotto con vinaccia disidratata di Aleatico. Il campione è stato percepito come più intenso, complesso e persistente sul piano olfattivo, con note floreali e fruttate ricondotte dai ricercatori ai terpeni tipici dell’uva impiegata. Ha presentato anche un’acidità volatile più elevata tra le birre analizzate, con particolare evidenza per l’acido acetico.

Lo studio segnala un altro punto concreto: le matrici d’uva non sterilizzate possono apportare microrganismi. Nei campioni esaminati, l’aumento dell’acidità volatile è stato associato dagli autori alla presenza di batteri lattici; per la birra con vinaccia, l’acidità più alta è stata discussa anche in relazione alla materia prima disidratata. È una cautela produttiva, non una definizione del gusto di tutte le birre con vinaccia.

In quale fase entra l’uva

Bollitura, fermentazione primaria e fermentazione secondaria sono le fasi indicate dal BJCP per l’impiego di uva o mosto. L’aggiunta durante le fermentazioni è descritta come più comune. Le linee guida non stabiliscono però una corrispondenza sensoriale rigida tra ogni fase e un singolo risultato: il momento va letto insieme alla materia utilizzata, al lievito e alla ricetta di base.

Nel lavoro pubblicato su Heliyon, l’aggiunta è avvenuta nella fase fermentativa. I ricercatori hanno confrontato mosto di Gamay macerato con anidride carbonica, mosto di Gamay macerato con azoto e vinaccia di Aleatico disidratata, nelle condizioni sperimentali descritte nello studio, con una ale di controllo. Il confronto ha rilevato differenze in alcol, pH, acidità, colore e composti volatili.

Materia d’uva Momento riportato Effetto descritto
Acini o mosto Bollitura, fermentazione primaria o secondaria nelle linee BJCP Deve emergere un carattere d’uva, di mosto o con richiami vinicoli; il BJCP non assegna un profilo fisso a ciascuna fase.
Mosto rosso macerato di Gamay Fase fermentativa nello studio sperimentale Nei campioni analizzati: maggiore acidità, astringenza e corpo, con colore porpora intenso.
Vinaccia disidratata di Aleatico Fase fermentativa nello studio sperimentale Nel campione analizzato: profilo olfattivo più intenso, complesso e persistente, con note floreali e fruttate; acidità più elevata.

La tabella riporta quanto previsto dalle linee BJCP e quanto osservato nel singolo esperimento su materie prime e condizioni specifiche. Non consente di prevedere in modo automatico il comportamento di ogni ricetta commerciale.

L’equilibrio tra birra e carattere vinicolo

Un’IGA ben collocata nello stile lascia riconoscere l’uva senza cancellare la base birraria. Il BJCP indica un corpo da basso a medio e considera comuni leggere note acide legate all’uva, capaci di aumentare la percezione di secchezza. Queste note non dovrebbero però diventare predominanti come in una sour ale o in una Lambic.

Il colore dell’uva offre indizi, non certezze. Le linee guida associano in generale alle uve bianche richiami di pesca, pera, albicocca o ananas e alle rosse frutti come ciliegia e fragola. Anche la fermentazione può aggiungere frutto, mentre varietà, lavorazione della matrice e maturazione modificano il quadro aromatico. Per chi arriva dal vino, può essere utile distinguere fra profumo, corpo e alcol, una lettura trattata anche nell’approfondimento sulle caratteristiche di un vino strutturato.

Come leggere una descrizione di IGA

Una descrizione può orientare l’assaggio se separa materia d’uva, stile di fermentazione e base birraria. Non serve cercare una promessa assoluta: serve riconoscere quali elementi sono dichiarati e quali, invece, restano da verificare nel bicchiere.

  • Materia impiegata: acini, mosto e vinaccia indicano strade produttive diverse. Il confronto sperimentale fra mosto macerato e vinaccia disidratata mostra profili differenti, ma non sostituisce la descrizione di quella specifica birra.
  • Indicazione sour o wild: il BJCP chiama Wild IGA o Sour IGA le versioni selvagge o acide dello stile. Questa dicitura va distinta dalle leggere note acide ammesse nel profilo base.
  • Vitigno e colore dell’uva: possono suggerire una direzione aromatica. Le associazioni fra uve bianche, uve rosse e famiglie di frutto restano indicative, non una garanzia.
  • Base di malto e lievito: una base Pils o pale e luppoli discreti lasciano più spazio all’uva; un lievito neutro o uno più fruttato e speziato cambia il dialogo aromatico.

La vicinanza fra birrificazione ed enologia non elimina le differenze fra i due mestieri. Il tema emerge anche nel contributo dedicato a un alleato per enologi e birrai, utile per collocare l’IGA nel più ampio scambio fra le due filiere.

FAQ sulle Italian Grape Ale

Un’Italian Grape Ale deve avere necessariamente un sapore simile al vino?

No. Il BJCP richiede un carattere d’uva, di mosto o con richiami vinicoli, ma prevede che malto, fermentazione e struttura della birra rimangano equilibrati. Il richiamo al vino è quindi una possibile lettura del carattere d’uva, non la descrizione obbligata di ogni IGA.

Tutte le Italian Grape Ale sono birre sour?

No. Nel profilo BJCP possono comparire leggere note acide dovute all’uva, senza diventare predominanti. Le versioni dichiarate Wild IGA o Sour IGA indicano invece interpretazioni selvagge o acide dello stile.

Per capire una Italian Grape Ale, la domanda più utile non è se “sa di vino”, ma quale materia d’uva è stata impiegata e come dialoga con fermentazione e base birraria. Mosto e vinaccia possono produrre esiti diversi già nelle condizioni controllate dello studio; stile, lieviti e intensità dell’acidità completano poi la lettura della bottiglia.

Fonti consultate

Ultima verifica: 09/09/2026

Luppolo italiano: la filiera cresce, il bicchiere non si prevede dall’origine

Il luppolo italiano è una filiera agricola ancora piccola, ma tra il 2020 e il 2024 la superficie coltivata è passata da 67 a 91 ettari, secondo i dati AGEA riportati da Terra e Vita. La crescita, però, non autorizza a trasformare l’origine italiana in una promessa di qualità costante o in un profilo aromatico nazionale. Il confronto sperimentale sul Cascade coltivato in Toscana e Lazio mostra che, a parità di ricetta, i campioni hanno dato birre percepite come diverse dal panel sensoriale.

Il punto non è sminuire una produzione emergente. È leggerla per ciò che può dire davvero: l’origine rende riconoscibile una parte della filiera, mentre non basta da sola a descrivere una birra.

Origine, varietà ed ecotipi: piani da distinguere

Il progetto LOB.IT aiuta a distinguere i piani della questione. Il programma studia le caratteristiche qualitative delle varietà di luppolo considerate nella ricerca in relazione alla maturazione e alla fertilizzazione. Parallelamente esamina ecotipi locali e incroci legati al territorio, con l’obiettivo di individuare materiali più adatti agli ambienti della penisola e di ricostruire la filiera brassicola anche sotto il profilo statistico ed economico.

Varietà in studio, ecotipi locali e incroci sono presentati dal progetto come ambiti distinti di ricerca.

Una crescita misurabile, dentro una struttura ancora frammentata

I dati disponibili raccontano un’espansione, non una filiera già consolidata. Secondo AGEA, come riportato da Terra e Vita, nel 2024 le aziende agricole coinvolte erano 192 e la dimensione media si aggirava attorno ai 5.000 metri quadrati. La testata descrive il comparto come prevalentemente orizzontale e frammentato, formato da piccoli produttori, microbirrifici e da un numero limitato di trasformatori specializzati.

La distribuzione territoriale non è uniforme. Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte rappresentavano insieme il 54,4% della superficie nazionale coltivata a luppolo nel 2023, sempre secondo i dati citati da Terra e Vita. Il contributo segnala anche le difficoltà legate agli eventi climatici e, nelle aree meridionali, alle condizioni locali; aggiunge limiti strutturali degli impianti e la necessità di competenze nella scelta varietale e nella gestione colturale.

Il dato che merita attenzione per chi beve birra è la continuità dell’approvvigionamento. Terra e Vita osserva che volumi e qualità del prodotto finale non garantiscono sempre ai birrifici forniture continuative e qualità merceologica stabile nel tempo. Per questo l’uso di produzioni nazionali può restare legato, in alcuni casi, alle harvest beer.

Il campo non chiude il lavoro: raccolta, essiccazione e conservazione restano visibili nella filiera

La qualità brassicola non si esaurisce nella coltivazione. LOB.IT include tra i propri obiettivi lo studio delle caratteristiche qualitative in rapporto alla maturazione. Terra e Vita indica poi impianti di trasformazione e stoccaggio come dotazioni necessarie a preservare qualità e conservabilità, infrastrutture che non sono sempre accessibili alle piccole aziende.

Lo studio sul Cascade offre un esempio concreto, circoscritto alle proprie condizioni sperimentali. Dopo la raccolta, i coni sono stati essiccati nei due siti produttivi fino a raggiungere un’umidità del 12-13%, a 52-55 °C per circa 8-12 ore. Dopo il raffreddamento, sono stati confezionati sottovuoto in sacchetti di alluminio e conservati a 4 °C fino all’uso.

Questi dettagli non diventano una procedura valida per ogni luppoleto italiano. Mostrano però che la materia prima arriva all’uso dopo operazioni documentate con modalità definite nel singolo studio.

Il caso Cascade in Toscana e Lazio: stessa ricetta, birre diverse

Lo studio sul Cascade ha confrontato campioni coltivati in Toscana e nel Lazio, insieme alle rispettive birre monovarietali. I ricercatori hanno rilevato differenze nel contenuto di acidi amari, oli e polifenoli in base all’origine dei campioni.

Nei risultati analitici e olfattivi, i campioni toscani sono stati associati a note floreali, mentre quelli laziali a note speziate e resinose, correlate alla presenza di sesquiterpeni. Le differenze riscontrate nei luppoli sono state riconosciute anche nelle birre dal panel sensoriale.

Il disegno sperimentale è il punto che rende il caso leggibile: ricetta e altre materie prime erano identiche, e la sola variabile brassicola era l’origine geografica del Cascade. Si può quindi affermare che, in quel confronto, l’area di coltivazione è stata associata a differenze chimiche e sensoriali. Non si può ricavare da questo risultato un aroma comune a tutto il luppolo coltivato in Italia, né prevedere che cosa accadrebbe cambiando varietà, ricetta o fermentazione.

Dal luppoleto al bicchiere: sei domande utili

L’origine resta un’informazione utile, ma va collocata in una sequenza più ampia. Questo schema non propone una formula per prevedere il gusto: serve a separare ciò che si sa da ciò che richiede ulteriori dati.

  1. Varietà: quale varietà o quale materiale vegetale è stato impiegato? LOB.IT studia varietà, ecotipi locali e incroci come piani distinti della ricerca.
  2. Areale: dove è stato coltivato? Nel caso Cascade, Toscana e Lazio hanno restituito campioni con composizioni differenti.
  3. Raccolta: quale relazione c’è con la maturazione? Il progetto LOB.IT include questo rapporto tra le proprie linee di studio.
  4. Essiccazione: come è stata condotta? Nello studio sul Cascade sono descritte le modalità adottate per i campioni analizzati.
  5. Conservazione: quali condizioni sono state adottate fino all’uso? Nel medesimo studio i campioni sono stati conservati sottovuoto a 4 °C.
  6. Ricetta e fermentazione: quali variabili sono rimaste uguali e quali sono cambiate? Nel confronto sperimentale la ricetta era identica, così da isolare l’origine del Cascade.

Che cosa non basta a dire l’origine

Il solo richiamo al made in Italy non equivale a una qualità costante. Terra e Vita osserva che i volumi di produzione e la qualità del prodotto finale non sono sempre sufficienti a garantire ai birrifici un approvvigionamento continuo e una qualità merceologica stabile nel tempo.

Il confronto sul Cascade mostra differenze tra campioni della stessa varietà coltivati in Toscana e Lazio, ma resta circoscritto alle condizioni esaminate. Non definisce un profilo aromatico per l’intero luppolo coltivato in Italia.

FAQ sul luppolo coltivato in Italia

Il luppolo italiano è composto soltanto da varietà autoctone?

Non si può affermare che il luppolo coltivato in Italia sia composto soltanto da varietà autoctone. Il progetto LOB.IT presenta varietà, ecotipi locali e incroci legati al territorio come ambiti distinti di studio.

Una birra con luppolo italiano ha un sapore riconoscibile e sempre uguale?

No. Il confronto sul Cascade coltivato in Toscana e Lazio ha rilevato differenze tra campioni della stessa varietà e tra le birre ottenute con la stessa ricetta. Il risultato riguarda quel caso sperimentale e non definisce un profilo sensoriale nazionale.

Il criterio utile è separare provenienza e previsione

La filiera del luppolo coltivato in Italia ha registrato una crescita di superficie e porta con sé ricerca pubblica, sperimentazioni territoriali e bisogni infrastrutturali ancora aperti. Per scegliere e raccontare una birra con precisione, la domanda più utile non è se il luppolo sia italiano in senso assoluto: è quali informazioni accompagnino quell’origine, e quali risultati siano stati davvero misurati nel caso specifico.

Un alleato prezioso per enologi e birrai

Un misuratore di pH, o pHmetro, è uno strumento indispensabile per determinare con precisione l’acidità o la basicità di una soluzione liquida. Il valore di pH, espresso su una scala che va da 0 a 14, rappresenta un parametro fondamentale in molteplici ambiti: dalla produzione alimentare alla chimica industriale, passando per il controllo ambientale, la ricerca microbiologica e la farmaceutica.

Nel settore agroalimentare, e in particolare nella produzione di bevande fermentate come vino e birra, la misurazione del pH assume un ruolo strategico. Questo parametro non solo influenza direttamente le caratteristiche organolettiche del prodotto – come il gusto, l’aroma e il colore – ma determina anche la sua stabilità microbiologica, la durata di conservazione e la sicurezza per il consumo.

Il misuratore di pH per vino e birra: perché è importante misurare il pH?

Nel contesto specifico della vinificazione e della birrificazione, tenere sotto controllo il pH è cruciale. Il pH, infatti, incide su molti aspetti della qualità del prodotto: un valore corretto favorisce la fermentazione, migliora la limpidezza, influenza la percezione del sapore e contribuisce alla freschezza del vino o alla complessità della birra. Non solo: un pH non adeguato può compromettere la stabilità microbiologica del prodotto, esponendolo al rischio di contaminazioni.

Per tutti questi motivi, l’impiego di un pHmetro professionale rappresenta una scelta strategica e quasi obbligata per i produttori che desiderano ottenere risultati costanti e di alta qualità. Utilizzare strumenti precisi, affidabili e di facile utilizzo permette a enologi, birrai e tecnici di laboratorio di monitorare ogni fase del processo produttivo con sicurezza e tempestività.

Essere in grado di effettuare misurazioni costanti e affidabili del pH può fare la differenza tra un prodotto mediocre e uno eccellente, capace di distinguersi sul mercato per finezza e qualità.

Tra i vari misuratori disponibili in commercio, il misuratore di pH PCE-PH20WINE-ICA, prodotto e distribuito da PCE Instruments, si rivela un vero alleato per tutti i professionisti del settore enologico e birrario.

Questo misuratore dimostra infatti il suo valore per la possibilità di effettuare misurazioni rapide, precise e ripetibili è fondamentale per monitorare ogni fase della produzione e intervenire tempestivamente in caso di necessità. Che si tratti della fermentazione del mosto o della stabilizzazione del prodotto finito, questo strumento assicura il controllo completo dei parametri di pH.

Il PCE-PH20WINE-ICA è progettato per misurare valori di pH in liquidi a bassa conduttività, come appunto vino e birra. Copre un ampio intervallo di misura che va da 0,00 a 14,00 pH con una risoluzione fine di 0,01 pH, rendendolo perfetto per applicazioni professionali.

Grazie al display digitale ruotabile, la lettura è semplice anche in condizioni operative difficili. La funzione Data-Hold consente di congelare il valore misurato per facilitarne la registrazione, mentre lo spegnimento automatico dopo 10 minuti di inattività aiuta a risparmiare energia.

La calibrazione automatica avviene tramite soluzioni tampone pH 4,01 e 7,01, eliminando la necessità di viti o regolazioni manuali. Inoltre, il dispositivo viene fornito con certificato di taratura ISO, garanzia di accuratezza e affidabilità delle misurazioni.

Misuratore pH facile da usare e manutenere

Uno degli aspetti più apprezzati del PCE-PH20WINE-ICA è la sua usabilità intuitiva. Anche gli operatori meno esperti possono ottenere risultati affidabili grazie all’interfaccia semplice e alla procedura di calibrazione guidata. L’elettrodo esterno, sostituibile con facilità, permette inoltre una manutenzione rapida ed economica, garantendo una lunga durata dello strumento.

Per mantenere l’elettrodo in condizioni ottimali, è sufficiente risciacquarlo con acqua distillata dopo ogni utilizzo, un’operazione veloce che assicura la precisione delle misurazioni nel tempo.

Perché scegliere un pHmetro professionale?

Il PCE-PH20WINE-ICA rappresenta la soluzione ideale per tutti i professionisti coinvolti nella produzione di vino e birra che desiderano unire precisione, praticità e robustezza. Questo strumento consente di monitorare con sicurezza uno dei parametri più critici del processo produttivo, contribuendo a migliorare la qualità del prodotto finale, a ottimizzare i tempi e a garantire la conformità agli standard di settore.

Che tu sia un enologo, un birraio artigianale, un tecnico di laboratorio o un consulente nel settore beverage, affidarti a un pHmetro professionale come il PCE-PH20WINE-ICA significa avere a disposizione un alleato prezioso per ottenere risultati di eccellenza, ridurre gli sprechi e valorizzare al meglio ogni singola produzione.

Cosa significa birra doppio malto

La birra è una bevanda preparata fermentando il malto ottenuto dalla germinazione di cereali, in prevalenza orzo, nella maggior parte delle birre utilizzato esclusivamente. In Italia esiste la birra doppio malto, una dicitura che ha però un significato quasi esclusivamente legale, in quanto è correlata alla modalità di tassazione sulle birre introdotta in Italia negli anni ’60 del ‘900.

Caratteristiche di una birra doppio malto

Anche se la dicitura “doppio malto” può non essere chiara, essendo utilizzata da vari decenni ha acquisito delle caratteristiche specifiche. In particolare una birra doppio malto è solitamente abbastanza alcolica e ha un colore ambrato. Un esempio di questa tipologia ce lo propone la birra Menabrea con la sua doppio malto a 7,5% di alcol, un colore leggermente ambrato e un profumo pieno e ricco, con il malto a farla da padrone, accompagnato da aromi speziati e caldi. La dicitura “doppio malto” però non indica un preciso stile brassicolo, quindi è possibile trovare bottiglie con questa indicazione che contengono birre dalle caratteristiche più varie e particolari. Sulla bottiglia di Menabrea doppio malto, ad esempio, sarebbe possibile scrivere anche Dopplebock, che è di fatto lo stile brassicolo con cui è stata preparata questa birra a bassa fermentazione.

Il significato di “doppio malto”

Come detto, si tratta di una definizione legale; negli anni ’60 è infatti stata approvata in Italia una legge che riguardava la tassazione sulla birra, una delle bevande fermentate che nel nostro Paese costringe i produttori a saldare tasse più elevate. Per distinguere le birre il legislatore si basò sul grado alcolico e sui gradi Plato, che indicano la percentuale di zuccheri presenti nel mosto, prima della fermentazione. Più questi ultimi sono elevati e maggiore è lo zucchero presente nella soluzione a base di estratti di malto, prima che i batteri del lievito comincino la fermentazione, creando quindi un fluido più denso. In effetti questa caratteristica del mosto gli consente di raggiungere una gradazione alcolica più elevata; occorre, però, ricordare che tecnicamente la definizione burocratica “doppio malto” può essere usata per tutte quelle birre che presentano una gradazione alcolica superiore al 3,5%, con un grado Plato superiore a 14,5. Quindi di fatto esistono anche birre che possono essere denominate doppio malto con una gradazione alcolica non elevatissima.

Più malto, più aromi?

Visto che si tratta di una definizione puramente burocratica, non è detto che una birra doppio malto risulti più aromatica, più profumata o più scura rispetto a una che non si può fregiare di questa definizione. Nella prassi le birre descritte come doppio malto sono solitamente ambrate, ma potrebbero benissimo esserci birre che potrebbero essere così definite secondo i termini di legge, ma dal colore chiarissimo, le cosiddette bionde. Questo perché il colore della birra è dato soprattutto dall’eventuale tostatura cui è stato sottoposto il malto prima della preparazione del mosto. Anche per quanto riguarda il gusto, questo dipende da una lunga serie di fattori; dipende sia dal tipo di malto, sia dalla sua tostatura, sia dall’aggiunta nel mosto di luppolo, nelle prime fasi della fermentazione o solo alla fine della stessa. Nelle birrerie italiane però si può andare sul sicuro, una birra definita doppio malto sarà quasi certamente ambrata e offrirà un gusto speziato e corposo.

Etichette per birra artigianale: creatività e lavorazioni esclusive

Le etichette sono il principale veicolo per trasmettere tutte le informazioni del prodotto sui vengono apposte. In linea generale, l’etichettatura per le bottiglie di birra prevede l’inserimento di informazioni quali:

  • il nome del prodotto
  • quantità totale di alcool presente (TAVE) obbligatorio solo per contenuto di alcool superiore a 1,2% in volume
  • lotto di produzione
  • data di conservazione
  • riferimenti dell’azienda produttrice e sede dello stabilimento
  • gli ingredienti
  • la presenza di solfiti

Tuttavia l’etichetta per birra ha anche lo scopo di far conoscere il tuo prodotto e la tua azienda. Si tratta dunque di un vero e proprio biglietto da visita per raggiungere e attrarre nuovi clienti, in grado di rendere esclusiva ed inconfondibile la bottiglia e il tuo prodotto. Per raggiungere un preciso obiettivo di comunicazione è necessario studiare e progettare ogni singolo dettaglio che andrà a comporre le tue etichette per birra artigianale. 

Etichette per birra artigianale: raccontano la storia del prodotto

ILMA Etichette è l’etichettificio italiano, con sede a Grugliasco in provincia di Torino, che realizza etichette per birra artigianale in collaborazione con le migliori agenzie grafiche e di comunicazione specializzate nel packaging di prodotti beverage. ILMA trasforma il tuo concept creativo in etichette speciali, che raccontano la storia del prodotto e dell'azienda che lo produce. Un valore aggiunto per una birra artigianale che vuole distinguersi dalle concorrenti. Per esaltare le caratteristiche di questo prodotto artigianale,  ILMA mette a disposizione le sue competenze professionali frutto di passione e di anni di esperienza nell’ambito del beverage.

Etichette per birra artigianale: i dettagli che fanno la differenza

Per etichette per birra creative ed originali ILMA sviluppa il progetto grafico partendo dall'idea dell'azienda committente, proponendo soluzioni studiate in funzione dei principi di neuromarketing che analizzano la psicologia di acquisto del target a cui si rivolgono.
Il target, infatti, è l’elemento che condiziona maggiormente i colori e le grafiche delle etichette per birra artigianale che devono raccontare il prodotto in modo differente, a seconda del pubblico a cui sono destinate. Poi, a seconda della tipologia di birra, del colore della bottiglia, della collocazione delle etichette sulla bottiglia (collo della bottiglia o del corpo) si definisce l’intera struttura delle etichette, scegliendo la carta migliore e la tecnica di stampa più idonea al concetto di comunicazione.

Per etichette adesive della migliore qualità vengono proposte carte speciali che tengono in considerazione le condizioni climatiche di conservazione della birra artigianale. In questo modo vengono garantite tutte le caratteristiche grafiche dell’etichetta, resistenti e durevoli nel tempo. Scopri alcuni dei lavori realizzati da ILMA Etichette visitando il suo Porfolio.

Una scelta di qualità con la birra artigianale

Fino a pochi anni fa in Italia il fenomeno della birra artigianale ancora non aveva preso piedi molto e non c’erano microbirrifici che la producessero. Fortunatamente oggi grazie il panorama è cambiato, e grazie alle tantissime micro cantine che le producono su tutto il territorio ed alla facile commercializzazione nei siti online come il portale https://www.vestocasa.it/, abbiamo il piacere noi tutti di degustare queste fantastiche bevande artigianali.

Ci si doveva forzatamente accontentare delle birre prodotte in serie su scala industriale, che per quanto buone, non avevano quell’accuratezza e quella manualità che potessero garantire loro le migliori caratteristiche, raggiunte solo attraverso una sapiente lavorazione artigianale.
 

Il panorama estero al contrario della nostra nazione, regalava una vera tradizione in tal senso, soprattutto rivolgendo lo sguardo al nord dell’Europa ed in particolare Belgio, Germania e Gran Bretagna.

E’ stato questo a spingere alcuni italiani ad iniziare l’attività di produzione della birra, a livello artigianale.

A metà degli anni ’90 sono stati effettuati i primi esperimenti, a, in cui si iniziava a realizzare birre artigianali di grande qualità, dove le materie prime erano scelte con grande attenzione e dove ogni fase della lavorazione era seguita con estrema cura e passione.

Al contrario delle classiche birre prodotte all’interno della catena industriale, questo tipo di prodotto locale esigeva alcune fasi di lavorazione manuali che gli conferivano un indubbio valore aggiunto e che ne garantivano ottime caratteristiche.

Inizialmente si trattò di una rivisitazione di birre già viste in altri paesi, ma con il maturare dell’esperienza, il miglioramento della tecnica e l’espansione del mercato, si realizzarono diversi esperimenti, tesi a ricercare un gusto nuovo ed originale, che creasse dei veri e propri stili di gusto italiani, all’insegna della più alta attenzione e cura.
Note caramellate, miele di tiglio e cereali sono solo alcuni tra i numerosi sentori che queste birre sono in grado di trasmetterci.

Nel corso degli anni il fenomeno dei microbirrifici si è espanso progressivamente, fino a raggiungere l’intero territorio nazionale.

Ora queste attività si trovano in ogni regione, ma non sempre è così facile riuscire a reperirne i prodotti. Essendo realtà artigianali – infatti – difficilmente finiscono all’interno dei circuiti della grande distribuzione e sono rintracciabili con difficoltà dai molti appassionati che le continuano a ricercare.
La novità interessante è che queste aziende stanno divenendo così popolari che già alcuni importanti ristoranti stanno introducendo i loro prodotti all’interno dei menu ed è così alta la richiesta che anche le migliori enoteche online hanno voluto inserire le birre artigianali all’interno del loro catalogo.

Le migliori birre artigianali inglesi

Il Regno Unito oltre ad essere un paese meraviglioso è molto conosciuto ed amato anche per la presenza di numerosi pub, dove poter gustare ottime e particolari birre.Le birre inglesi nascono da antiche tradizioni artigianali e per la passione che il popolo inglese ha sempre dimostrato verso questa bevanda. In Europa le birre più conosciute e servite all’interno dei locali sono soprattutto quelle di natura industriale, nel Regno Unito invece le birre maggiormente consumate dalle persone sono quelle artigianali. Chi desidera sorseggiare una birra inglese di ottima qualità non deve fare altro che recarsi in un locale chic della capitale, come il room 26 di roma, che offre ai suoi ospiti la possibilità di scegliere tra una vasta gamma di prodotti.

Sveliamo gli stili British più apprezzati

La birra artigianale inglese è un prodotto veramente speciale, la sua produzione generalmente si tramanda di generazione in generazione. La birra artigianale è in genere prodotta in quantità limitata, con ingredienti di alta qualità, non subisce il processo di pastorizzazione e non viene quasi mai filtrata. Le migliori birre artigianali inglesi hanno al loro interno dei lieviti vivi, che continuano a fermentare nel tempo, rendendo così il prodotto unico e inimitabile. Di seguito sono illustrati gli stili di alcune tra le più amate birre inglesi artigianali.

  • Pale Ale è una birra spesso definita pallida, perchè ha un colore molto chiaro, il suo indice alcolico è basso, è un prodotto ad alta fermentazione ed è l’ideale per chi si avvicina alla birra inglese per la prima volta.

  • India Pale Ale ha una gradazione alcolica superiore rispetto alla semplice Pale Ale, il suo gusto è davvero particolare, tendente all’amaro. E’ uno degli stili British più antichi, veniva prodotta già in passato ed esportata verso tutte le colonie inglesi, ma durante il tragitto, la birra perdeva la sua freschezza e quindi furono aumentate le quantità di luppolo e la sua gradazione alcolica.

  • Bitter ha un sapore deciso e secco, al suo interno è presente una grande quantità di luppolo.

  • Porter ha un colore molto scuro ed un sapore intenso e cremoso.

  • Barley Wine è una birra dal sapore dolce e maltato, ha un gusto forte e sciroppato.

  • Mild Ale ha un gusto delicato, il suo colore è intenso e scuro ed ha una bassa gradazione alcolica.

  • Old Ale è caratterizzata da un colore intenso e scuro, il suo sapore è dolciastro ma ha un’elevata gradazione alcolica. E’ il prodotto ideale per chi ama le birre ambrate.

Tutto quello che c’è da sapere sulle birre artigianali

Quando si pensa ai prodotti agroalimentare la prima cosa che ci viene in mente è la qualità che si ottiene comprando direttamente  dal fornitore, evitando così i numerosi intermediari, che portano il prodotto a perdere la loro qualità iniziale quando arrivano al bancone del supermercato, quindi oggi sempre più persone decidono di comprare direttamente dal produttore.

Questo non vale solo per il cibo, ma anche per delle bevande come la birra, infatti  sono sempre di più i locali come le officine farneto Roma, che si rivolgono ai produttori di birra artigianale ,che viene preferita dagli esperti del luppolo a quella industriale presente in tutti i bar d’Italia.

Una birra può essere definita artigianale quando:

  • È prodotta con ingredienti di ottima qualità e senza l’utilizzo di succedanei
  • Non è filtrata
  • Non è pastorizzata
  • Spesso viene servita del birrificio dove viene fabbricata

La birra artigianale in Italia ha avuto un grande sviluppo, tanto che oggi si contano circo 700 birrifici artigianali costituiti per la maggior parte da persone under 40, che gestiscono delle piccole aziende, che ad oggi costruiscono il 2-3 % della produzione nazionale di birra.

 Uno dei principali problemi  della birra artigianale è il costo che richiede produrla e quindi anche al consumatore la birra artigianale, rispetto a quella industriale, viene di più.

 I fattori che portano la birra artigianale ad avere un costo maggiore sono:

  • Gli ingredienti  che devono essere di prima qualità e vanno presi in quantità ridotta rispetto alle birrerie industriali
  •  Il tempo di lavoro di una birra artigianale è molto più lungo rispetto a quella industriale e quindi ci vuole  più tempo prima che venga messa sul mercato
  • I tempi più corti di scadenza, infatti la birra artigianale è un prodotto non pastorizzato e quindi anche i lunghi viaggi non sono l’ideale per le birre artigianali,  riducendo di molto il mercato di vendita

Differenze con le birre industriali

Le birre industriali sono molto differenti rispetto a quelli artigianali partendo subito dai principi fondamentali di produzione, infatti queste vengono sia filtrate che pastorizzate perchè questi due processi servono per conservare il prodotto il più a lungo possibile in modo da poterlo vendere anche su mercati esteri.

Il processo di pastorizzazione e filtrazione portano ad annullare il gusto originale della birra, visto che il processo di trasformazione dello zucchero in alcool viene bloccato togliendo alla birra  dei particolari aromi, che sono tipici delle birre artigianali.

Le birre industriali vengono prodotte anche con prodotti che presentano degli additivi chimici e conservanti del malto d’orzo e del mais, che portano ad avere dei costi di produzione inferiore, che si risentono poi sul gusto della birra.